“Se l’è cercata”. In questa banalmente semplice frase sta il denominatore comune di alcuni recenti fatti di cronaca che hanno tristemente coinvolto donne libere, donne la cui vita è stata invasa, stravolta (terminata) da quella che si potrebbe tranquillamente definire come una sorta di “prepotenza di genere”, un atteggiamento nei confronti delle donne che ha alla base un presupposto purtroppo estremamente diffuso nella nostra cultura ad ogni livello, presupposto che riguarda la sessualità femminile: non solo il corpo sessuale delle donne è “oggetto” (dunque di fatto implicitamente negato nel suo essere espressione di una soggettività desiderante), ma è anche “dominio”, “proprietà”, luogo materiale di esercizio di quel potere maschile che vuole le donne di volta in volta complici, amanti, martiri, madri, qualunque cosa (donna rispettosa e dignitosa fino ad esser coperta da veli – materiali o metaforici che siano – o donna disinibita e sessualmente pronta) ma sempre e comunque mai quando e quanto i soggetti femminili di volta in volta possano decidere e negoziare (cosa che presupporrebbe una relazionalità, un rapporto alla pari anziché di potere), bensì sempre nei modi e nelle condizioni alle donne imposte dal padrone di turno, che esso sia l’ex-compagno che si vede rifiutare la propria autorità, o il padre padrone, o un paese intero che trasforma una ragazza stuprata da vittima in colpevole, o una nazione intera che perseguita una ragazza perché ha fatto la cosa più naturale di questa terra, cioè ha fatto sesso.

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La “prepotenza di genere” consiste nella pretesa che sulle donne debbano essere applicate forzatamente regole sociali condivise, norme culturali e tradizionali prima che sia la donna stessa a decidere il criterio con il quale giudicare le azioni che fa. Consiste anche nel fatto che una grave e terribile colpa sopravviene per quelle che infrangono – si pensi alla riprovazione che sempre più spesso si vuole dare alle donne che scelgono di abortire, o alle islamiche pietre per le adultere, o alle donne morte perché il proprio ex-compagno si è arbitrariamente assunto tutti i ruoli del sistema giudiziario (pubblica accusa, giudizio ed esercizio della pena) tranne quello della difesa. E consiste anche nella credenza implicita (mai veramente messa in discussione) che la sessualità delle donne debba essere comunque gestita in modo condiviso, mai lasciata alla libertà di chi la esprime.

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Non faccio nomi, non voglio farne – perché il diritto all’oblìo è sacrosanto come il diritto all’informazione. Ma di certo vengono a mente a chiunque episodi di vite di donne rovinate per la diffusione di video virali. Ora, su internet si trovano immagini e video di ogni tipo, basta cercarli un attimo, ma guarda un po’ non si è mai sentito dire di uomini perseguitati perché girano in rete loro video porno. Il maschio è più maschio se gira il video porno, dimostra la sua mascolinità: “Visto che cosa ho fatto?”. La sessualità maschile ha questo privilegio: può – e in certi casi deve – essere esibita, come prova di essere adatta all’esercizio del potere. Non si getta pubblico scandalo sull’espressione sessuale maschile, caso mai sulla sua “carenza” o su qualunque divergenza che possa essere vista come una “deficitarietà” (vedi l’omofobia). Ma l’espressione sessuale femminile libera e autodeterminata dal soggetto, la donna liberamente desiderante e che sceglie di assecondare il suo proprio desiderio, entra invece in un tritacarne che stritola persino la sua vita stessa. Una donna non può comportarsi come più gli aggrada, perché dapprima si fa oggetto di possesso (“guarda qua questa qui che video ha fatto!”), poi si espone alla mercè di un desiderio maschile che la trasforma in piccola proprietà masturbatoria da tenere sul computer o sul telefono contro la propria volontà (si fa oggetto di scambio e diventa virale), ed infine la punisce, la oltraggia, la deride, perché ha osato contravvenire a regole di decoro anche se comunque non le aveva accettate. Siamo al livello, secondo me indecente, di dover ricordare che una donna può fare col suo corpo quello che gli pare, compreso girare video hard per divertimento, senza che per questo debbano seguirne conseguenze morali. Perché la morale – e anche questo temo va ricordato – ognuno ha la sua, sceglie in coscienza, e non è accettabile un’imposizione esterna in fatto di sessualità e libertà sessuali. Sia per gli uomini che per le donne.

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Ma la “prepotenza di genere” va anche oltre, perché non solo non è perdonato quando la donna liberamente sceglie la strada della sua sessualità, quando fa sesso come gli pare o decide liberamente del proprio corpo. Non è perdonato neanche quando ella non sceglie, quando è meramente travolta dagli eventi e dalle circostanze, che siano un branco di stupidi ragazzini che la rapiscono e la stuprano, o una gravidanza indesiderata, o un ex che non ha perdonato la sua libera scelta di interrompere la relazione: non è stata attenta, non si è comportata nella maniera giusta, doveva aspettare delle conseguenze. “Se l’è cercata”. In questo modo non c’è via di fuga: è colpevole comunque, che sia soggetto che desidera e che viola le regole delle imposizioni sociali e culturali, o che sia vittima della brutalità dell’esercizio del potere maschile. Non è forse prepotenza questa?

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