A quanto pare dobbiamo rassegnarci: il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea. Un’analisi obiettiva dei fatti non può non considerare che sì, è vero, l’Europa è diventata un’entità astratta che poco ha a che fare con i problemi quotidiani di chi deve tirare a campare e quindi il voto popolare esprime un “tentativo sia pure goffo e controproducente di far sentire una voce, quella della gente comune alle prese con il difficile compito di far quadrare il bilancio familiare, troppo spesso inascoltata” (cito testualmente da un post su contaminazioni.info).
Ma davvero questa Europa è soltanto fatta di banche, di finanza, di burocrazia? E davvero è così lontana dai problemi quotidiani come sembra?

Ad accorgersi che forse non è proprio del tutto così è proprio chi ha votato a favore della Brexit, davvero proprio poco dopo il voto se è vera ad esempio la notizia che il Consiglio della Cornovaglia (percentuale del 56,52% a favore del leave) ha chiesto rassicurazioni circa la liquidità che fino ad ora era garantita proprio dai finanziamenti europei, e che ha permesso lo sviluppo di quel territorio negli ultimi dieci anni…! (leggi qui).

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Inevitabile, verrebbe da dire, che quando il sogno finisce ne segua un brusco risveglio. Inevitabile prima o poi scontrarsi con le conseguenze delle proprie scelte nella realtà, principale metro di misura della loro adeguatezza.
A proposito di sogni qualcuno ha sostenuto che l’esito del referendum si può spiegare con la vittoria dei vecchi sui giovani, con la nostalgia di un Inghilterra separata dal resto del mondo, dai problemi dell’immigrazione, dai problemi della globalità, isola splendente e vecchia gloria dei tempi andati che si vuole continuare a far vivere. Ed in effetti un’analisi iniziale del voto mostra che a favore del leave hanno votato soprattutto le persone più anziane, contrariamente ai giovani che hanno votato più nettamente a favore del remain. Anche questa chiave di lettura però non pare del tutto corretta, se si vanno a considerare i dati sull’affluenza e ci si accorge (come ha fatto ad esempio Enrico Letta, leggi qui) che nella fascia di età 18-24 anni ha votato soltanto il 36% dei votanti, mentre sopra i 65 anni ha votato l’83%. Lo scarto continua ad essere evidente considerando le fasce intermedie: nella fascia 25-34 anni l’affluenza è stata pari al 58%, invece nella fascia 55-64 anni è stata dell’81% (leggi qui). Pare quindi che a determinare la vittoria dei vecchi sogni di gloria di Albione sui sogni di futuro dei giovani forse sia stata più l’indifferenza della popolazione giovanile, che la nostalgia dell’epoca d’oro di quella anziana.

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Allora forse bisogna fare una riflessione sui meccanismi con cui nelle nostre democrazie le persone arrivano a farsi un’opinione, prima di tutto e prima di ogni altra considerazione. Perché se può essere comprensibile che le persone più anziane sono attaccate maggiormente a valori vecchi o datati, o nostalgici (come sembra quello di un’Inghilterra staccata dal resto del mondo, come nell’epoca dorata dell’isolazionismo) meno comprensibile è perché molti giovani invece non fossero interessati ad esprimere la propria volontà di fronte ad una scelta così gravida di conseguenze come l’uscita del proprio paese dall’Unione Europea. Saviano afferma (leggi qui) che “evidentemente le istituzioni europee poco hanno fatto perché l’euroscetticismo perdesse le sue argomentazioni più forti e più populiste”. Ma forse non è tanto colpa delle istituzioni europee che hanno fatto poco per comunicare la poca validità delle argomentazioni euroscettiche, quanto di una confusione che ormai domina tutta la comunicazione. In Cornovaglia grazie ai 60 milioni di sterline annui (in media) ricevuti dall’Unione Europea, hanno realizzato infrastrutture, scuole, università, la banda larga… e tuttavia ciò non è bastato a convincere quella popolazione a schierarsi in maggioranza a favore del remain. Potevano le istituzioni europee fare qualcosa di più? Qualcosa di più visibilmente concreto delle concrete realizzazioni che si fanno nel territorio? Allora forse la colpa è del modo stesso con cui, al tempo di internet e della comunicazione globale, costruiamo le nostre opinioni a partire da dati confusi e distorti. Perché strade e università e infrastrutture sono concrete, sì, ma diventano terribilmente evanescenti quando sono immerse nel marasma di una comunicazione confusiva di cui necessariamente occorre trovare il bandolo della matassa. E non è detto che il bandolo della matassa, se è troppo aggrovigliata, quando lo troviamo sia quello giusto.

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Trovo che le differenze di voto tra le fasce d’età dei votanti inglesi siano esattamente l’esempio di questo: al di là della correttezza o meno dei propri giudizi, al di là di quanto realistiche o irrealistiche siano le proprie opinioni, e al di là dell’adeguatezza o meno che dimostrano a conti fatti con la realtà delle cose, le persone di una certa età hanno ancora dei punti di riferimento certi su cui possono fondare un’opinione, foss’anche un vecchio sogno di gloria di un paese che non è più ormai a capo di un dorato impero coloniale. Le persone giovani invece si trovano a fare i conti con una complessità che non consente facili scorciatoie di valore, immerse come sono nel confronto quotidiano con una massa di informazioni abbondante che troppo spesso è più facile ignorare che affrontare, nel già troppo concitato dover sopravvivere costruendo una sicurezza e un’identità.
Qualcuno ha fatto notare come la campagna referendaria sulla Brexit fosse confusiva, distorta, lontana da questioni reali ed economiche, e assai probabilmente non ha contribuito a far sì che le persone si facessero un’idea corretta delle implicazioni che aveva il loro voto. Se la gran parte della popolazione dei votanti, in assenza di valori certi – se pur nostalgici comunque certi – ha percepito la votazione come qualcosa di non rilevante per le proprie esistenze, è il segno che la concretezza stessa delle cose sta diventando evanescente nella società dell’informazione.

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Ci si lamenta che la percentuale di astensionismo nelle elezioni sta diventando un problema sempre più pressante, che la disaffezione dalla politica e l’indifferenza verso la “cosa civile” passi anche e soprattutto da una grossolanità dell’informarsi. Il problema del non voto va di pari passo con quello della sconsideratezza del voto. Ci si domanda, ad esempio: se uno non si è debitamente informato, è giusto che esprima la propria opinione? Qualcuno arriva anche a dire che bisognerebbe fare un “test di cittadinanza” prima di permettere a qualcuno di votare (leggi qui). Personalmente credo che le invocazioni per la limitazione della libertà di voto agli ignoranti siano più che altro provocazioni, ma pongono comunque un problema aperto. “Mai come oggi tantissime persone assai poco informate prendono decisioni che hanno ripercussioni su tutti quanti” (cit.) ed in certi casi si potrebbe dire che è meglio che non votino, piuttosto che votino male. Tantissime persone sono assai poco informate, certamente – e qui bisogna notare che se una persona decide di non informarsi è anche per colpa del fatto che le cose concrete, come dicevo, sono diventate evanescenti fino ad apparire astratte, non rilevanti, proprio come quell’Europa astratta che poi si scopre non così lontana dalle nostre vite. Ma aggiungo io, sono anche assai male informate: viviamo in un mondo dove l’informazione ha ormai perso il ruolo di fondatrice della consapevolezza a favore di un ruolo di persuasione, manipolazione della consapevolezza stessa.

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Possiamo scegliere ad esempio le campane da sentire, possiamo personalizzare i contenuti sui nostri smartphone, possiamo permetterci la pressappochezza nelle fonti a favore della nostra coerenza personale – e poco importa se questa coerenza personale è costruita a scapito della realtà, dei nostri stessi interessi persino, o dell’umanità stessa e del rispetto che siamo tenuti ad avere verso il nostro prossimo che scappa dalla guerra o dalla miseria – possiamo permetterci (davvero? e fino a che punto?) di rispecchiarci nel nostro narcisismo informativo. La tendenza del pensiero umano è quella di semplificare, di confermare, di attribuire al “già so” qualcosa che invece faremmo meglio a meditare più attentamente: il “già so” è più facile, il meditare è più faticoso. Tendiamo a preferire ciò che continua a confermare le nostre idee e i nostri valori – anche se sbagliati, inadeguati, datati, ingiusti – perché la mente tende a fare economia, a impiegare al regime minimo le sue risorse attentive e di elaborazione. Tendiamo a selezionare le conferme, piuttosto che a cercare disconferme, pertanto, nonostante il buon Popper ci abbia fatto vedere come la logica della ricerca scientifica e della conoscenza valida passino attraverso la confutazione piuttosto che la conferma. Al contrario, oggi viviamo in nicchie informazionali (cui certamente contribuiscono le modalità chiuse di comunicazione dei social network) che impediscono il contatto diretto, il confronto, la disconferma. Tra noi e la realtà esiste sempre il filtro di un display, di uno smartphone, di una tv, di una carta di giornale, ed attraverso questo filtro giungono le informazioni che costruiscono ciò che per noi è da considerarsi rilevante, persino reale.

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Non è da stupirsi che continuino ad esistere su Facebook gruppi razzisti, omofobi, xenofobi, pseudoscientifici, fascisti, comunisti, antieuropeisti e chi più ne ha più ne metta: è la modalità stessa dell’informarsi chiusa e tendente alla conferma, che permette il sussistere di un’ideologia a dispetto della realtà, a dispetto di qualunque reale esperto delle questioni. Ma non è solo una questione di social network: possiamo scegliere il giornale che vogliamo, possiamo dare credito a qualcuno e ignorare altri, possiamo scegliere il mondo nel quale vivere e ignorare tranquillamente tutti gli altri mondi. Possiamo scegliere cioè, all’interno di una pluralità di fonti, quella che più ci si confà in base ai valori che abbiamo, alla realtà che vorremmo che fosse. Non ci sarebbe niente di male, in sé, se non ché i valori che abbiamo andrebbero sempre confrontati con un dato di base, cioè la realtà per come è, non solo quella che vorremmo che fosse, o che crediamo che sia. Perché è il contatto con la realtà che non ci accorgiamo di perdere, salvo quando poi ci sbattiamo contro – proprio come i cittadini della Cornovaglia o i confusi che svegliandosi, si pentono di aver votato per il leave.

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Tornando al referendum sulla Brexit e tornando ad una riflessione sulla legittimità del voto popolare, mi piacerebbe tentare una mia riflessione personale cercando di superare la solita diatriba del “sei democratico solo quando il risultato della votazione ti piace”. Una volta era semplice: il voto era espressione di una volontà popolare che si presupponeva debitamente informata, consapevole. Abbiamo tutti il ricordo di quando a scuola ci insegnavano la storia spiegandoci come il divenire dei fatto storici avesse alla base l’azione di classi sociali, ceti, gruppi d’interesse, caste, ecc. ecc. e non ci passava manco per l’anticamera del cervello che ciascuno di questi soggetti dell’azione non fosse debitamente informato e consapevole circa l’opportunità o meno delle azioni stesse. Ma forse ci sbagliavamo. Perché non ricominciamo invece a pensare a quella vecchia idea di Marx di “coscienza di classe”? Mi pare infatti che avesse intuito un principio fondamentale, e cioè che senza una coscienza non esiste una classe, ovvero che senza una consapevolezza cosciente addirittura non esiste un soggetto stesso dell’azione storica. Mutatis mutandis, senza un’informazione attendibile e corretta che contribuisca alla consapevolezza della realtà, non esiste neanche una volontà popolare – ma solo una volontà populista. E ne consegue che lo stato di bisogno del popolo, i problemi della vita quotidiana, il concreto delle vite della gente comune che, come dicevo citando all’inizio di questo articolo, cercano di far quadrare il bilancio familiare, non canalizzano le scelte verso azioni concretamente adeguate. A me parrebbe questa l’amara lezione che faremmo meglio a imparare dal referendum sulla Brexit.

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