In una raccolta di saggi scritti nel corso degli anni, tradotti in italiano e pubblicati in un’unica edizione da Adelphi nel 2002 col titolo “L’anima del mondo ed il pensiero del cuore”, Hillman propone una nuova risposta all’eterno dibattere dei rapporti tra conoscente e conosciuto, tra oggettivo e soggettivo, tra rappresentazione e cosa rappresentata, che dà alla psicologia una direzione ben diversa da quella di pratica dell’interiore che ormai è universalmente diffusa.

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Prendiamo un fiore. Cos’è un fiore? Possiamo dire che è un tipo particolare di pianta, che è bello, che è colorato, che ispira amore e gentilezza, ecc. Tutti noi sappiamo in questo senso che cos’è un fiore. Tutti abbiamo un’idea di “fiore” con caratteristiche più o meno dettagliate, ma comunque siamo tutti d’accordo nel dire che i fiori sono certe cose e non altre: tutti abbiamo cioè una “rappresentazione” dei fiori. Ora, la nostra mente altro non è se non un insieme complesso e articolato di rappresentazioni di sé, degli altri e del mondo (cioè di tutte quelle “cose” che passano dai nostri sensi alla nostra coscienza e di cui possiamo farci un’idea). Insomma noi, la nostra coscienza, si basa su rappresentazioni delle cose piuttosto che sulle cose stesse, anche se noi crediamo di pensare alle cose stesse. Quindi il nostro “fiore” è soggettivo, non è il fiore in sé che abita nella realtà. Il fiore in sé che abita nella realtà è inconoscibile.

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Da Kant in poi, sappiamo che la realtà in sé è inconoscibile: da una parte abbiamo il fenomeno, dall’altra il noumeno, e non possiamo che conoscere il primo dei due perché l’altro è inevitabilmente irraggiungibile. L’idea della duplicità della realtà scorre nella filosofia occidentale quasi fin dalla sua nascita: Platone parlava delle “eidos”, delle immagini delle cose che abitano l’iperuranio, e diceva che della realtà vediamo l’ombra, come i famosi cavernicoli del suo mito. Da Cartesio in poi, però, si ha un cambiamento: ancora la realtà è duplice (res cogitans e res extensa) ma il fondamento dell’essere comincia a essere il soggetto (cogito ergo sum).

Non si tratta di una novità filosofica. Hillman riconduce questa tendenza “soggettivistica” della conoscenza ad Agostino, al suo stile confessionale, all’idea che nel cuore possa avvenire il contatto con Dio. Chiama questa modalità dello psichico “cuore d’Agostino”.

Il “cuore d’Agostino” ha avuto molto successo in psicologia: la disciplina stessa si occupa per definizione di ciò che sta dentro di noi, nel nostro cuore, e dei riflessi della realtà in noi. Sul lettino freudiano trovano sfogo emozioni, sentimenti, ricordi, pensieri nascosti. Parlare è come confessare, ed elaborare con un terapeuta i significati dei propri vissuti è come riconciliarsi con Dio. Ma questi significati sono sempre interiori e dunque interni a noi. È il fiore “soggettivo” che la psicologia conosce. È possibile una psicologia che riporti al centro un pensiero anche sui rapporti intercorrenti tra il “soggettivo” e l'”oggettivo”, superando la tendenza soggettivistica cartesiana?

Oggi la risposta a questa domanda sta nel costruttivismo, che è il paradigma dominante attuale, che sostiene che sì, il fiore esterno là fuori è inconoscibile (e chissà che forse neanche esista), però qualcosa lo possiamo fare comunque: possiamo confrontare le nostre idee di fiore ed accordarci intersoggettivamente sulla rappresentazione di “fiore” (il che non è poco). E possiamo persino accordarci sui metodi con cui accordarci (anche questo non è poco), almeno in linea teorica – nella pratica si sa, le cose vanno un po’ peggio… anche se almeno, grazie al cielo, non sui fiori.

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Hillman ci fa riflettere su alcune questioni: e se il “fiore” anziché essere una mera rappresentazione fosse qualcosa di più? Il fiore “oggettivo” è tale perché quel fiore lì fuori è concreta immagine esterna a noi, dato essenziale che si pone alla nostra coscienza; ma è anche “soggettivo” perché quel fiore lì fuori di noi è simbolo del nostro senso dei fiori come qualsiasi altro. Nessuno dei due lati potrebbe sussistere senza l’altro: non esistono i fiori senza il nostro senso dei fiori (ma solo processi biochimici che chiamiamo “fiori”, dato bruto); non esistono i fiori senza il dato essenziale dei singoli fiori reali là fuori (ma solo le nostre proiezioni). Questa dimensione del tutto inedita del conoscere è immaginale, a metà tra il soggettivo e l’oggettivo, collegata a quella personizzazione del reale (altro concetto di Hillman) che trasforma il mondo là fuori in un mondo generato di presenze, ninfe, dèi, miti, cultura. Un mondo pieno cioè di significati. Significati dunque che sono nelle cose, nel senso che abitano le cose oggettive prima che giungano alla nostra coscienza, ma che allo stesso tempo sono nostri significati.

Per questo Hillman parla di immagini, cioè di contenuti del conoscere che hanno allo stesso tempo qualità di coscienza e qualità di mondo. Attraverso immagini del mondo noi conosciamo il mondo stesso, fuori di noi. Ma noi siamo in fondo il mondo stesso che ci ha fatto, non c’è una vera reale divisione. C’è quindi una “stessa cosa” di cui è fatto lo psichico e il mondo. Lo psichico abita nel mondo ed il mondo abita nello psichico, e dal mondo ricaviamo le immagini che fanno dello psichico ciò che è tale.

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Un pensiero che abita nel mondo, che accoglie in sé le immagini del mondo che gli portano i significati parlanti là fuori, ineludibili, può sperare di farsi una rappresentazione adeguata che gli dia un senso di posizionamento rispetto a chi siamo noi realmente, e di direzione rispetto a dove sta andando la nostra esistenza, piuttosto che centrarsi nella propria soggettività e nelle proprie proiezioni, meri riflessi del reale. Hillman chiama questa modalità della conoscenza “pensiero del Cuore”.

Una psicologia che abbia più “pensiero del Cuore” che “cuore d’Agostino” finalmente si sgancia dalla mera considerazione di emozioni, reazioni, pensieri personali, vissuti. Finalmente smette di assecondare il soggetto nel solipsismo, smette di cercare intersoggettivamente il significato a prescindere dal “dato”.  Mette invece il soggetto di fronte a quel “dato”, lo spinge ad accogliere le immagini che finalmente possano riaprire un processo interrotto di evoluzione di sé-nel-mondo. Si tratta di una psicologia impegnata, che prende posizione sulle cose del mondo, non avulsa dalle questioni che stanno realmente a cuore e che sono parte del nostro contesto, capace di dare un senso alle nostre emozioni e alla nostra interiorità.

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Quando i particolari non hanno alcuna virtù essenziale, allora anche la mia virtù in quanto essere particolare dipende totalmente ed esclusivamente dalla mia soggettività []. Perché senza questi investimenti sulla mia particolare persona da parte della tua soggettività o della mia, anch’io non sono altro che una cosa morta tra cose morte, virtualmente solo per sempre” (cit., p.150).

E’ questo particolare atteggiamento che può dare un fondamento necessitante anche alla prospettiva costruttivistica, affinché l’operazione di costruzione della nostra conoscenza sul mondo, benché intersoggettiva, non resti sganciata dai dati reali del nostro contesto di vita. Viviamo purtroppo in un mondo ipercomplesso, dove coesistono nicchie di informazione non comunicanti, intersoggettivamente coerenti ma spesso dimentiche drammaticamente delle cose e delle persone reali, e ritengo che anche il costruttivismo possa trarre lezioni importanti dal “pensiero del Cuore”.

Le distorsioni della comunicazione, il senso di vessazione e di alienazione, la perdita di intimità con l’ambiente immediato, l’impressione di falsi valori e di futilità interiore che a ogni istante viviamo in questo nostro mondo sono valutazioni autentiche e realistiche e non mere appercezioni intrapsichiche” (cit., p. 121).

Possiamo avere con noi stessi diversi atteggiamenti rispetto a questa realtà di significati che si pone dall’esterno e che ci parla, oggettivamente, di noi e del mondo: alcuni possono voler negare l’immagine del mondo. Alcuni preferiscono il “cuore d’Agostino”, il dimenticarsi il mondo per restare nella propria soggettività. Altri scelgono il “cuore di Harvey”, quella modalità conoscitiva per cui il mondo là fuori è considerato alla stregua di una macchina, di un insieme di meccanismi, di semplici dati bruti che in sé non hanno significato finché non siamo noi a portarlo. Altri ancora scelgono il “cuor di Leone”, quella modalità conoscitiva per cui semplicemente non esiste un pensiero ma solo un cuore, ed il soggetto si identifica completamente nell’azione e nelle cose. Hillman ci conduce in un percorso che a differenza di molti psicologi che vogliono ricondurci all’interiorità, vuole riportarci a guardare il mondo intorno a noi, le immagini parlanti delle cose, a ripensare e a riflettere sul nostro rapporto con esse. Perché spesso la patologia non è in noi, ma “là fuori”, e spesso dimentichiamo che la nostra guarigione dalla nevrosi passa innanzitutto dal saper guardare i significati che dal mondo premono in noi stessi per essere compresi e ben veduti, ad occhi aperti, profondamente compresi nella loro piena autenticità e presi a cuore.

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