I farmaci sono l’unica soluzione ai problemi?

Solitamente le persone credono che medicina e psicologia siano discipline abbastanza separate e che, a parte il caso dei disturbi psicologici e psichiatrici trattati con gli psicofarmaci, un conto sia una malattia fisica e un altro sia un problema psicologico. Una conseguenza di questa credenza è che spesso, in presenza di un problema medico che le assilla, le persone trascurano gli aspetti psicologici della loro malattia e tendono a pensare che il ricorso alla diagnosi medica e all’uso di farmaci sia tutto quello che serve per affrontare efficacemente il loro problema.

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Anche in presenza di problemi psicologici (ad es. depressione, ansia, problemi sessuali ecc.) si tende a sovrastimare il ruolo dei fattori biologici dei disturbi e spesso ci si affida all’uso di farmaci come forma unica o preponderante di trattamento. In realtà l’idea che il farmaco sia la soluzione più efficace per questi problemi è contraddetta da molti studi scientifici, che hanno evidenziato il fatto che è l’accoppiamento fra trattamento medico e psicologico ad essere vincente piuttosto che il solo trattamento medico, al di là dei processi biologici che possono essere implicati.

L’uso di farmaci nella popolazione generale: alcune considerazioni

L’Osservatorio Nazionale sull’impiego dei Medicinali dell’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco, nel suo rapporto nazionale 2014 sull’uso dei farmaci in Italia riporta che nel 2014 la spesa totale per acquisti di farmaci è stata di 26,6 miliardi di cui il 75% rimborsata dal SSN. Ogni cittadino ha pagato per spese sanitarie del 2014 (pubbliche e private) un ammontare medio di 438 €.
Oltre il 60% dei farmaci a carico del SSN, dice il rapporto, è utilizzato da persone anziane. Gli anziani sono la fetta di popolazione maggiore “consumatrice” di farmaci: spesso hanno situazioni con più patologie insieme (polipatologie) e quindi assumono molti farmaci per trattare ciascuna di esse. Il 50% della popolazione anziana assume da 5 a 9 farmaci (l’11% ne assume più di 10). Nel complesso 7,5 milioni di persone anziane assumono più di cinque farmaci al giorno.

Farmaci e popolazione anziana: problematiche della terza età

Proprio gli anziani sono più fragili clinicamente, metabolicamente e psicologicamente. È assolutamente fondamentale dunque che il medico prescriva loro i farmaci valutando anche il contesto di vita della persona anziana.

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Ad esempio: l’anziano si trova ad affrontare il carico dell’assunzione dei farmaci da solo, oppure è circondato da familiari o assistenti che possono aiutarlo? Spesso gli anziani oltre al carico emotivo della malattia devono districarsi tra programmi giornalieri di trattamento farmacologico che possono essere con più assunzioni al giorno dello stesso farmaco, oppure con assunzioni a giorni alterni, che vanno prima o dopo i pasti, che cambiano in base all’evolversi della situazione clinica, inframezzati da monitoraggi regolari (es. pressione, glicemia, analisi del sangue, ecc.). Anche se non patologici, il deterioramento cognitivo ed il cambiamento di personalità delle persone anziane sono delle vulnerabilità che li espongono maggiormente ad errori, confusione, e quindi a conseguenze che possono anche essere clinicamente rilevanti. Per questo nella valutazione del caso non può mancare di considerare se nel contesto della persona anziana c’è qualcuno che può aiutarla nel monitoraggio delle assunzioni. Questo dimostra che anche nel caso delle malattie fisiche è necessario considerare gli aspetti psicologici.

Il problema della compliance nei trattamenti farmacologici

Un’altra questione cruciale del trattamento farmacologico è la compliance, ovvero l’aderenza del paziente al programma di trattamento. Prendiamo il caso dei farmaci antidepressivi: nel 2014 rispetto al 2013 c’è stato un aumento di prevalenza del 1,4% del trattamento con antidepressivi rispetto all’uso occasionale. Da una parte quindi c’è stato un aumento di prescrizioni di trattamenti adeguati, ma se si va a confrontare quanti soffrono di depressione con quanti seguono un trattamento adeguato al loro disturbo si scopre che i primi sono in numero molto maggiore, e che solo un paziente su tre segue regolarmente una cura con antidepressivi. Questa tendenza non è solo per il caso della depressione e degli antidepressivi: anche per quanto riguarda l’ipertensione o l’osteoporosi (anche queste condizioni patologiche sono più diffuse tra le persone anziane) si apprende che circa il 50% dei pazienti ha bassa aderenza ai trattamenti. Ciò significa che le persone non traggono tutti i possibili benefici dai farmaci che assumono, comporta minore efficacia e quindi minore salute: maggiore depressione non trattata o trattata impropriamente, maggiore ipertensione, maggiore osteoporosi.

L’importanza di una valutazione psicologica dei singoli casi

Anche in questi casi si impone una valutazione attenta del perché le persone, in particolar modo gli anziani, non aderiscono ai trattamenti loro prescritti e questo impone la valutazione di aspetti clinici non immediatamente di significato medico, ma più di significato psicologico e relazionale.

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Occorre una disponibilità all’ascolto, un dialogo con il singolo paziente, un monitoraggio della situazione, per fare un’analisi delle problematiche tutte psicologiche che portano ad una bassa aderenza ai trattamenti.
Ad esempio: forse la persona non ha ricevuto una spiegazione adeguata di come e quanto il farmaco deve essere usato? Forse mette in atto difese di negazione della malattia? Forse fa confusione? Forse ha una certa idea del farmaco che va corretta? Forse con il tempo perde la motivazione stessa al trattamento, ad esempio si deprime? E se si deprime, perché e come fare affinché possa essere sostenuto, rimotivato, aiutato ad avere fiducia nel trattamento proposto dal medico e a riprendere la via verso una maggiore salute e una migliore qualità di vita? Sono tutte questioni, ovviamente, che mostrano ancora una volta come è impossibile tenere separate la medicina e la psicologia, e che da una loro integrazione si possono ricavare vantaggi per la salute pubblica.

Medico e psicologo: un’integrazione possibile

E’ proprio con lo scopo di attivare risorse, orientare, trovare soluzioni e dare un sostegno, che la professionalità dello psicologo si integrerebbe efficacemente con quella del medico: uno psicologo può orientare le persone negli eventi di vita legati alla malattia, o alle fasi della vita che stanno attraversando. Può aiutare ad elaborare i vissuti negativi, favorire l’accettazione, o viceversa può aiutare nella scoperta di nuovi e più adeguati stili di vita, facilitando il cambiamento e l’adattamento. Lo psicologo che lavora di concerto con le figure mediche e sanitarie, inoltre, può orientare le persone all’interno dei servizi pubblici (e privati) tenendo conto delle difficoltà e degli ostacoli che hanno quando si interfacciano con questi servizi. E allora forse non è poi così vero che la cura di una malattia fisica si esaurisce esclusivamente, come si crede, nel ricorso agli strumenti conoscitivi e di trattamento delle discipline mediche, così come non è vero che la cura di un disturbo psicologico si esaurisce esclusivamente con il ricorso a strumenti di valutazione e trattamento di tipo psicologico.

Alcune credenze sui farmaci, sulle malattie e sui problemi psicologici

L’atteggiamento psicologico obbliga ad analizzare come le credenze influenzano le nostre emozioni ed i nostri comportamenti e viceversa. Quando una persona entra a contatto con il mondo della malattia, o semplicemente vive l’esperienza del corpo che cambia (il processo di invecchiamento in primis, ma anche l’esperienza della fasi di vita – la maternità per esempio) ha dei vissuti che possono aiutarla od ostacolarla nel processo di adattamento, e a volte ha delle reazioni emotive molto forti in relazione alla drasticità del cambiamento che si trova a fronteggiare. Cambiano le nostre emozioni, e cambiano anche le nostre credenze e quindi i nostri comportamenti. Ad esempio la situazione di preoccupazione per la salute comporta l’attivazione di emozioni intense solitamente di ansia, o di colpa. E quando si vivono emozioni intense si attivano delle credenze che sono influenzate più dalla cultura di appartenenza che da processi razionali di valutazione, ad esempio credenze magiche, o credenze condivise accettate a priori solo perché fanno parte del nostro substrato culturale.

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Nella nostra cultura il farmaco ha, senza che ce ne rendiamo conto, una connotazione di feticcio, di oggetto magico. Al farmaco demandiamo la soluzione della nostra malattia perché fa parte delle nostre conoscenze condivise che esso sia la soluzione giusta nei casi di malattia, oltre al fatto che effettivamente è grazie ai farmaci che risolviamo le malattie concretamente e oggettivamente. Anzi, proprio il fatto che grazie al potere dei farmaci possiamo risolvere efficacemente delle malattie, cosa che ciascuno può sperimentare sulla propria pelle, proprio questo fatto tende già a farci credere che possa rappresentare sempre, tout court, la soluzione a ogni nostro malessere. È qui che comincia, in effetti, quella che viene chiamata “medicalizzazione” dei problemi psicologici da parte dei pazienti stessi, che cominciano a leggere il proprio malessere in termini di malattia da curare con i farmaci: la depressione viene vista come un problema del sistema nervoso da trattare con antidepressivi, l’ansia come un problema da affrontare con gli ansiolitici, i problemi sessuali come problemi da affrontare insieme al medico (che può prescrivere miracolose pillole blu) ecc. dimenticando che prima di tutto quella depressione, quell’ansia, quel problema sessuale ecc. ci sono perché hanno un significato preciso nelle nostre vite. Ad esempio, banalmente, si è depressi perché la vita ci ha condotto ad esserlo, si è in ansia perché abbiamo mille e più disagi e ci sentiamo fragili, si ha un problema sessuale perché ci sono delle paure o dei blocchi.

I problemi medici come esperienze umane

La tendenza alla medicalizzazione e l’idea che il farmaco sia lo strumento per la soluzione ideale, ottimale, totale della malattia, possono essere un ostacolo alla comprensione del senso del malessere che ci sta attraversando: non penserò mai di preoccuparmi di diventare una persona migliore e più felice, se sono troppo preso dal pensare che sono una persona malata che si sta curando.
Vorrei chiarire: non sto dicendo che non ci si debba curare con i farmaci. Sto solo dicendo che non bisogna considerare il farmaco come una soluzione magica e totale: va considerato come un utile ausilio che non ci esime però dal comprenderci e dal comprendere difficoltà, eventi, cambiamenti, innanzitutto come esperienze umane. Purtroppo anche molti medici, ignorando gli aspetti psicologici e relazionali implicati nei sintomi fisici, non considerano il bisogno di ascolto e rassicurazione che questi ultimi vogliono significare.

Un senso psicologico anche per i problemi medici

In un interessante articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano nel 2010, il professor Solano – docente di Psicosomatica della facoltà di Psicologia all’Università la Sapienza di Roma – afferma che è importante “dare un senso al sintomo che viene portato, soprattutto se esso è di natura somatica, all’interno del contesto di vita della persona. Questo è nella maggior parte dei casi sufficiente ad arrestare un percorso medico che porta a spese inutili, a un’etichetta di malato, o addirittura – quando la persona non trova ascolto – a una escalation di disturbi sempre più gravi. Il senso primario del nostro lavoro è far sì che la persona esca dallo studio medico non pensando di avere una malattia ma pensando di avere un problema” (cit.).

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Un’integrazione fra medicina e psicologia può comportare dunque vantaggi concreti per la salute pubblica: più rassicurazione per i pazienti, meno esami strumentali inutili, meno sofferenza vissuta, meno farmaci assunti, meno spese fatte, più qualità di vita.

L’uso degli psicofarmaci nei problemi psicologici

Anche nel caso dei problemi psicologici, come si è detto, spesso le persone giustamente si rivolgono al proprio medico. Chiedono in primis però una soluzione, come abbiamo visto, in termini di farmaci. Se stanno in ansia chiedono ansiolitici che li aiutino ad alleviarla, se non dormono chiedono sonniferi, se sono tristi o vivono una fase di vita particolarmente brutta chiedono antidepressivi, ecc. Anche in questo caso è fondamentale che il medico intercetti la richiesta di ascolto e sappia rispondervi prontamente in termini relazionali, prima ancora che decida di prescrivere un farmaco, e prima ancora persino di suggerire alla persona uno psicologo – atto che sancisce comunque una separazione netta fra ambiti di competenze: qua i problemi fisici, concreti, i sintomi; là le paure, le delusioni, le preoccupazioni, i vissuti negativi.
Per quanto riguarda gli psicofarmaci, durante la mia specializzazione uno dei miei professori ci spiegò una volta quello che raccontava ai suoi pazienti per aiutarli a capire che i farmaci non bastano ad affrontare i problemi psicologici, sebbene siano validi aiuti di comprovata efficacia. Ci disse che dava loro la seguente semplice spiegazione: se a una persona viene la polmonite ovviamente deve curarsi con gli antibiotici, se vuole guarire. Però è inutile che prenda gli antibiotici se continua a tenere le finestre aperte in casa l’inverno, se non si copre quando esce, ecc. Se fa così si ammalerà di nuovo o non guarirà, e quindi dovrà curarsi di nuovo con gli antibiotici. E ne consumerà di più. Quindi per risolvere davvero il problema della polmonite non servono solo gli antibiotici: serve anche tenere chiusa la finestra, stare coperti, non prendere correnti d’aria. Con gli psicofarmaci è la stessa cosa degli antibiotici: quando mi viene un attacco d’ansia, o la depressione, ovviamente assumerò psicofarmaci se voglio guarire. Ma se continuerò ad ignorare le vulnerabilità che ho, o se continuerò a non elaborare dei fatti del mio passato, o se continuerò a credere, sentire, comportarmi come mi è sempre successo, senza esaminare la piega che ha preso la mia vita, possono aumentare le ricadute – e consumerò più psicofarmaci. Quindi forse è bene che gli psicofarmaci ci siano, per poterli usare quando servono. Ma è meglio anche chiudere la finestra.

Medico o psicologo? Medico e psicologo!

Per la domanda del titolo di questo articolo, dunque, “medico o psicologo?” la risposta non può che essere: entrambi.

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Abbiamo appena illustrato che le persone vivono i problemi fisici e psicologici come un qualcosa di unico e di strettamente interrelato. Alcune persone usano addirittura il corpo come mezzo principale per esprimere i propri problemi psicologici: non sapendo come esprimere le proprie emozioni, oppure non permettendosi di viverle, oppure non potendo permettersi di viverle, trovano sfogo solo attraverso il canale corporeo. Medicina e psicologia quindi non sono due discipline da considerare separate, che si occupano di ambiti diversi: mente e corpo si influenzano vicendevolmente, direttamente e indirettamente, e sono a loro volta influenzate dalla rete di rapporti e dal sostrato socio-culturale.

La parola “clinica” è comune alla medicina e alla psicologia. Deriva dal greco klinikòs, che significa letteralmente “che si fa prossimo al letto”. Ha cominciato ad indicare per estensione il medico che insegna ai suoi discepoli presso il letto del malato, che si avvicina al malato. Questo significato è molto bello, perché riporta al nucleo centrale del rapporto tra medico e paziente – il motivo per cui la parola “clinica” si usa anche in psicologia – e che è questo: il senso dell’azione medica sta innanzitutto nell’avvicinarsi e nell’osservare, nel farsi prossimi al letto del malato, nel relazionarsi al malato e al sofferente come a un essere umano prima che come ad un mero portatore di un sintomo, persona di cui ci si prende cura oltre che a cui dare una cura.

È a questo punto di vista sulle cose che ci si riferisce quando si parla di modello bio-psico-sociale. In questo modello teorico il medico e lo psicologo integrano le loro competenze per comprendere meglio e affrontare i problemi degli esseri umani, che sono influenzati dalle tre sfere biologica, psicologica e sociale. Medico e psicologo dunque, insieme. Ne guadagnamo tutti, in salute ed in benessere emotivo.

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