I problemi psicologici secondo la REBT

Secondo una prospettiva razionale emotiva comportamentale, i problemi psicologici possono essere raggruppati in quattro gruppi di problemi principali: problemi d’ansia, problemi di depressione, problemi di ostilità, problemi di colpa. Questa classificazione è tratta da Cesare De silvestri, “Il mestiere di psicoterapeuta” (Astrolabio, 1999), ed è la classificazione che lui stesso ha sempre utilizzato nella sua pratica clinica durante tutta la sua vita, e che ha insegnato ai suoi allievi.
Ogni gruppo di problema principale va visto secondo due aspetti fra loro interconnessi: un’emozione dominante e una struttura cognitiva corrispondente.

Problemi d’ansia

Secondo la REBT esistono due fondamentali forme d’ansia: ansia del disagio e ansia dell’io.
Entrambe le due forme d’ansia hanno in comune la stessa emozione dominante, ma differenti strutture cognitive.

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Ansia del disagio
Nel caso dell’ansia del disagio (detta anche intolleranza alla frustrazione) la struttura cognitiva è una serie di convinzioni più o meno esplicite che: 1) la vita o il benessere sono minacciati; 2) deve assolutamente succedere quello che si vuole (che appare preferibile) oppure non deve assolutamente succedere quello che si teme; 3) se succede quello che non deve assolutamente succedere, o non succede quello che deve assolutamente succedere, questo sarà terribile e catastrofico.
Questa forma d’ansia solitamente è specifica rispetto a certe situazioni considerate come pericolose (ad es. salire sull’autobus, entrare in ascensore, volare in aereo, ecc.). In altri casi è talmente generalizzata a tutta una serie di situazioni da rendere estremamente difficoltosa la vita.

Ansia dell’io
Nel caso dell’ansia dell’io la struttura cognitiva è una serie di convinzioni per cui: 1) il valore personale o l’immagine di sé di fronte agli altri sono minacciati; 2) ci si deve dimostrare bravi, competenti, di successo e/o si deve essere approvati dagli altri o giudicati bene; 3) se non ci si dimostrerà bravi, competenti o di successo e/o non si sarà approvati dagli altri o giudicati bene, questo sarà terribile e catastrofico.
L’ansia dell’io può essere molto drammatica, e comportare senso di inadeguatezza, vergogna, colpa e depressione se l’evento temuto accade (perdita del valore personale e/o perdita dell’immagine sociale).
La differenza fra ansia del disagio e ansia dell’io è quindi nella cosa che si ritiene venga minacciata: la propria vita, il benessere personale, nel primo caso; il proprio valore personale e/o l’immagine sociale nel secondo caso.

Problemi di depressione

Dai concetti di ansia del disagio e di ansia dell’io discendono le due maggiori forme di depressione: autocommiserativa e autosvalutativa.
I contenuti cognitivi sono identici a quelli dell’ansia, con la differenza che mentre nell’ansia sono espressi al futuro (qualcosa che si teme deve ancora accadere) nella depressione sono espressi al presente o al passato (qualcosa di terribile accade o è accaduto in passato).

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Depressione autocommiserativa
Nel caso della depressione autocommiserativa perciò si osserva una convinzione del tipo: “E’ stato terribile e catastrofico non aver ottenuto quello che dovevo assolutamente ottenere o aver perduto quello che dovevo assolutamente conservare e/o è stato terribile e catastrofico che non sia successo quello che doveva assolutamente succedere”.

Depressione autosvalutativa
Nel caso della depressione autosvalutativa si osserva una convinzione del tipo: “E’ stato terribile e catastrofico aver sbagliato e/o non essere stati approvati o giudicati bene, e questo significa che io valgo poco o nulla”.

Problemi di ostilità

E’ innanzitutto importante distinguere l’ostilità dall’aggressività. Quest’ultima è un normale comportamento umano che non si accompagna necessariamente a dei correlati cognitivi specifici: si può essere aggressivi senza essere ostili (ad es. nelle competizioni sportive, nella competizione commerciale, ecc.).
Un distinguo va fatto anche rispetto alla rabbia: la rabbia si riferisce ad un’irritazione esplosiva, incontrollata, scatenata da qualcuno o qualcosa, ma indiscriminata nelle sue espressioni. L’ostilità invece è sempre diretta verso qualcuno o qualcosa di preciso, e rappresenta il tentativo di imporre proprie preferenze o desideri con la minaccia o con la forza. Purtroppo non raramente questo atteggiamento paga, e quindi molte persone credono che si tratti di una cosa utile, positiva e sana.

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La struttura cognitiva dell’ostilità prevede che esista una regola (un dovere) che qualcuno viola provocando danni insopportabili e/o inaccettabili e/o terribili (anche solo danni d’immagine o presunti), ragion per cui quel qualcuno viene inesorabilmente considerato come assolutamente colpevole e maledetto e si vorrebbe punirlo (o lo si punisce di fatto). Si tratta di un meccanismo concettuale simile a quello di un processo di legge: esiste un dovere (legge) che viene violato da qualcuno (reato) il quale viene maledetto (condanna) e ne segue una punizione (pena). Purtroppo nel caso dell’ostilità ci si arroga arbitariamente sia il potere legislativo (ciò che emana la legge) sia il potere giudiziario, conducendo il processo nella triplice posizione di giudice, pubblico accusatore e parte lesa, e spesso anche negando il diritto alla difesa…
L’idea disfunzionale che sembra sottostare all’atteggiamento ostile è quella che recita: “Tutte le persone che dico io devono assolutamente comportarsi (sempre) come mi pare giusto (come dico io) – altrimenti sono intrinsecamente cattive, malvagie e scellerate, e quindi meritano di essere severamente condannate e punite (anche perché così imparano)”.

Problemi di colpa

La stessa idea disfunzionale che quando è rivolta verso gli altri è associata ai problemi di ostilità, quando è rivolta verso se stessi è associata ai problemi di colpa: “Non dovevo assolutamente comportarmi come mi sono comportato, ovvero non dovevo fare quello che ho fatto (o dovevo fare assolutamente quello che non ho fatto) – e se l’ho fatto allora sono cattivo, malvagio e scellerato, e quindi merito una punizione”.

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Tornando al paragone fra il meccanismo concettuale disfunzionale ed il processo di legge (vedi sopra) è come se stavolta il soggetto in un immaginario processo si assumesse la parte dell’imputato, scartando però ogni possibile attenuante (imprevidenza, colpa, imperizia), confondendo la semplice responsabilità con la volontà criminosa di compiere qualcosa d’illecito (dolo) e applicando sempre e comunque il massimo della pena.

Spesso la colpa può andare ad aggravare un problema di depressione autosvalutativa malgrado l’evidente contraddizione fra un giudizio di incapacità (“non sono buono a nulla, non valgo nulla”) e una condanna che invece presuppone una capacità di agire bene (la colpa di aver agito male consiste nell’averlo scelto deliberatamente, e quindi se potevo scegliere era nella mia capacità di poter agire bene). Si tratta di una contraddizione che mette in evidenza come le convinzioni disfunzionali non siano affatto messe al vaglio della critica da parte degli individui, e di come nei problemi psicologici tutte le energie siano impegnate, anziché in un processo di analisi razionale della situazione, in un processo di auto-propaganda continua, in una ripetizione interna di pensieri disturbanti che vengono dati per scontati e considerati a priori come validi.

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