La nascita (e rinascita) della REBT

Albert Ellis (1913-2007) è poco conosciuto in Italia, eppure è considerato uno degli psicoterapeuti più influenti del XX secolo. Si è occupato di psicoterapia per tutta la sua vita, formandosi come psicoanalista ma abbandonando rapidamente la psicoanalisi per sperimentare e inventare la Terapia Razionale Emotiva Comportamentale (REBT, Rational Emotive Behavior Therapy) prima conosciuta semplicemente come RET (Rational Emotive Therapy, ovvero Terapia Razionale Emotiva). Si accorse che i suoi pazienti avevano bisogno di qualcosa di più di semplici insight ottenuti in seduta se volevano risolvere i loro problemi: avevano bisogno piuttosto di impegnarsi in uno sforzo attivo verso obiettivi concreti di cambiamento, sforzo che coinvolgesse tutti e tre i piani del funzionamento olistico umano: i pensieri, le emozioni e il comportamento.

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Fu lui insomma ad iniziare negli anni cinquanta (ben prima di Beck) quella che conosciamo oggi come corrente cognitivo comportamentale. Oggi c’è un rinnovato interesse verso questa forma di psicoterapia, dopo la “sbornia” degli interventi cognitivo comportamentali evidence-based e dopo il reflusso della cosiddetta “terza onda”. Rinnovato interesse che testimonia la necessità, da parte dei clinici, di tornare da una parte ad una concettualizzazione più globale dei disturbi psicologici dopo la fine dell’idea che ad ogni disturbo debba corrispondere un unico e solo protocollo di trattamento (tale idea ha portato ad una parcellizzazione non necessaria degli interventi e ad una mancanza di validità ecologica – sfido chiunque ad esempio a trovare un disturbo “puro” su cui poter applicare un protocollo di intervento senza dover apportare modifiche per adattarlo al caso singolo), e dall’altra di garantire una modellizzazione teorica “forte” dei processi di cambiamento a garanzia del corretto inquadramento strategico di tecniche e metodiche psicoterapeutiche che, pur essendosi dimostrate di ragionevole efficacia, rischierebbero altrimenti di essere usate in modo “spot”.

Cosa sostiene la REBT

Ma insomma, cosa sostiene in pratica la REBT? La REBT dice che gli esseri umani funzionano in maniera olistica, integrata: il modo di pensare influenza le nostre emozioni e le nostre azioni, e viceversa. Perciò se cambia il modo di pensare a qualcosa, cambia di conseguenza come ci si sente rispetto a quel qualcosa e cambia anche il modo di comportarsi rispetto a quel qualcosa. Ovviamente nessuno è disposto a cambiare idea rispetto a qualcosa se prima non si rende conto che quella idea che si crede vera è in realtà irragionevole o non rispetta la realtà dei fatti, che comporta emozioni disturbanti o inappropriate, che invece di essere utile per i suoi scopi invece di fatto li boicotta e gli impedisce di raggiungerli.

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Ad esempio: se il proprio partner ci lascia possiamo cominciare a pensare che “la vita non vale la pena di essere vissuta”, questo ci può rendere disperati e assolutamente non disposti a prendere in considerazione la possibilità di un nuovo partner, né la possibilità che si possa ragionevolmente essere felici anche da single. Così potremmo non interessarci più alle occasioni sociali, a nuove conoscenze o a nuove esperienze che ci potrebbero dare soddisfazione, proprio perché tanto “la vita non val la pena di essere vissuta”. Solo con il tempo cambiamo questa idea, grazie magari a nuove esperienze o conoscenze, o grazie alla riscoperta di vecchie conoscenze rimaste di sfondo, o nuove attività cui ci dedichiamo, ecc. Cambiamo idea, cioè, perché il vecchio modo di pensare (“la vita non vale la pena di essere vissuta”) non rispetta più la realtà dei fatti per come li viviamo. Ci rendiamo conto che essere disperati è un’esagerazione rispetto agli eventi, e che restare nel proprio dolore, per quanto grosso, ci impedisce di realizzare i nostri stessi scopi di felicità.

REBT: una terapia umanistica

Insomma, Ellis aveva una fiducia di base nella ragionevolezza degli esseri umani (assomigliando in questo ad un altro grande psicoterapeuta, Carl Rogers): sosteneva che gli esseri umani cercano spontaneamente punti di vista ragionevoli sugli eventi, cercano spontaneamente modi per sentirsi nella maniera migliore possibile date le circostanze e per raggiungere i propri scopi. Anche se non sempre la felicità totale è raggiungibile (non esiste una vita che non contenga almeno un po’ di infelicità), anche quando l’infelicità sembra prendere il sopravvento, esiste sempre comunque “la maniera migliore possibile di sentirsi date le circostanze”.

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Il che somiglia molto, se vogliamo, alla ricerca della saggezza. Non è un caso che la REBT sia considerata una terapia umanistica, con buona pace di chi invece l’ha criticata come troppo “razionalista” – intendendo con ciò che non terrebbe debitamente in conto delle emozioni. Quando Ellis parla di razionalità, infatti, non si riferisce ad una sorta di fredda atarassia, bensì alla ragionevolezza che comporta lo scegliere saggiamente valori, scopi e obiettivi e mezzi efficaci, flessibili e scientifici di realizzarli. E’ razionale, ad esempio, sentire delle emozioni appropriate alle circostanze, non esagerate o non incoerenti – anche quando sono spiacevoli – piuttosto che non sentirle affatto.

L’irragionevolezza negli esseri umani

Purtroppo bisogna fare i conti con il fatto che nella nostra educazione impariamo (dalla famiglia d’origine, dalla TV, dalla cultura, dalla scuola, ecc.) punti di vista irragionevoli che diamo sempre per scontati. Li impariamo da piccoli e li consideriamo veri a priori e li confermiamo successivamente (a proposito di come i nostri modi di pensare influenzano le nostre stesse esperienze vedi il mio post sulla terapia cognitivo comportamentale).
E non solo: continuamente e attivamente ci ripetiamo in testa pensieri disturbanti, in un processo di auto-indottrinamento e auto-propaganda che perpetua i nostri disturbi e che assorbe tutta la nostra attenzione, senza mai prenderci la briga di esercitare una critica verso i modi di pensare irragionevoli da cui quegli stessi pensieri scaturiscono.

La forma dei pensieri irragionevoli

Che forma hanno i modi di pensare irragionevoli? Possono essere di vario tipo. Ad esempio possono essere:
Catastrofizzazioni – quando pensiamo che qualcosa di brutto, spiacevole o anche molto doloroso non sia semplicemente tale, ma che sia terribile, catastrofico, una disgrazia immane, la fine del mondo, la cosa più brutta che ci poteva capitare… insomma, qualcosa di irrimediabile o di insopportabile nelle nostre esistenze.

Assolutizzazioni – quando pensiamo che qualcosa sia assolutamente da evitare, o che non debba assolutamente succedere, o che non doveva assolutamente accadere, o che invece al contrario qualcosa debba succedere sempre e comunque… o quando qualcosa che non è perfetto allora è uno schifo totale, o quando qualcosa di non completamente certo allora è totalmente imprevedibile… insomma, quando pensiamo in termini di “assolutamente”, “sempre”, “mai”, “certamente”, “sicuramente”, “perfettamente”.

Doverizzazioni – quando pensiamo che qualcosa che riteniamo meglio per noi non solo è meglio se accade, ma anche che deve accadere per forza, o che ne abbiamo un bisogno assoluto. O che una certa cosa che invece è accaduta, non doveva accadere. Una nostra pretesa irrealistica che non solo una certa cosa la preferiamo in un certo modo, ma che deve assolutamente essere in quel modo per forza, come se la nostra preferenza possa essere una legge assoluta dell’universo, contro ogni evidenza e ragionevolezza.

Idee globali su sé o sugli altri – quando pensiamo ad esempio che siccome abbiamo fatto uno sbaglio (uno singolo), allora siamo sbagliati noi completamente, che siamo falliti in tutto e per tutto e che sempre falliremo, e che siamo totalmente incapaci; o quando pensiamo ad esempio che per un torto che abbiamo fatto, magari piccolo, siamo completamente e assolutamente colpevoli in toto e meritevoli della sedia elettrica; o quando per un torto che abbiamo subito (uno singolo), allora gli altri, per intero, sono dei bastardi, degli stronzi, ecc. ecc. e nient’altro che tali.

Questi modi di pensare possono poi associarsi in una moltitudine di combinazioni possibili. Ad esempio: “Non devo assolutamente essere bocciato a scuola perché sennò sono un completo fallimento, un incapace, uno che non imparerà mai niente, che non troverà mai un buon lavoro e che non combinerà mai niente di buono nella vita”. Oppure: “Senza mio marito sono una persona assolutamente incapace di vivere e quindi devo fare in modo che non mi abbandoni mai altrimenti nessuno mi amerà mai più e morirò assolutamente sola e disperata”. Ecc. ecc.

Come si fa a cambiare?

Dato che i nostri punti di vista disfunzionali sono forti e radicate abitudini di pensiero, è necessario uno sforzo attivo e persistente per poterli prima riconoscere, poi analizzare, poi contestare e successivamente riformulare in maniera adeguata. Combattere un punto di vista disfunzionale significa metterlo al vaglio della critica e poi sostituirlo con un punto di vista migliore, vale a dire più ragionevole e aderente alla realtà dei fatti, meno emotivamente disturbante, e più utile per massimizzare i propri scopi personali e di vita rispetto alla situazione.

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Non si tratta di una specie di auto-convincimento o di lavaggio del cervello fatto dal terapeuta, ma di un processo di cambiamento di idee innescate dalla propria stessa ragione critica, e che il terapeuta favorisce e accompagna.
Questo processo di riformulazione delle proprie idee avviene infatti sì insieme al terapeuta, ma continua infatti anche al di fuori delle sedute di terapia attraverso un lavoro sulle emozioni inappropriate e un continuo esercizio sui comportamenti inadeguati, seguendo le metodiche tipiche della terapia cognitivo comportamentale. Tanto più una persona si impegna nel cambiare le idee che ha riconosciuto come disfunzionali insieme al terapeuta, quanto più ne trae giovamento in termini di miglioramento delle proprie emozioni negative e di comportamento.

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